L’etica di un matrimonio nel “per sempre” di Avati

da Avvenire del 9 febbraio 2021 Alessandra De Luca

Una storia d’amore universale, elegia capace di parlare al cuore di tutti, ma che molto si nutre dell’esperienza personale di chi ha deciso di portare sullo schermo l’omonimo romanzo autobiografico di Giuseppe Sgarbi, padre di Elisabetta e Vittorio, scritto all’indomani della scomparsa della moglie. C’è tutto Pupi Avati infatti in Lei mi parla ancora, il film Sky Original in prima assoluta ieri su Sky Cinema e in streaming su Now Tv, che il regista bolognese ha scritto insieme al figlio Tommaso e che ha ambientato negli stessi luoghi del suo precedente lavoro, il gotico padano Il signor Diavolo.

Luoghi dove il tempo sembra essersi fermato e che nella luce calda del ricordo diventano straordinariamente rassicuranti e accoglienti.

Il film comincia con una delle scene più belle – un matrimonio, una misteriosa lettera, una promessa scambiata tra i due sposi – e si sviluppa poi tra un luminoso passato e un più livido presente. Nino è affranto per la morte dell’amata moglie dopo 65 anni insieme e sembra sprofondare ogni giorno di più nel suo dolore. La prima struggente scena che vede insieme Pozzetto e Sandrelli rivela tutta la tensione dell’imminente tragedia, l’immensa tenerezza per una vita che sta per spegnersi, lo strazio di un affetto strappato ai propri cari. Per questo la figlia assolda un aspirante romanziere per aiutare il padre a scrivere le sue memorie. Tra loro però è subito scontro – Nino è stato accanto a sua moglie per una vita intera, Amicangelo è invece alle prese con un difficile divorzio, cosa può saperne lui di matrimoni e di amore eterno? –, ma a poco a poco i due uomini appartenenti a diverse generazioni riusciranno a trovare un punto di incontro, un linguaggio comune, una sintonia assoluta. Avati, che nella sua lunga carriera di regista ha sempre posato sugli attori uno sguardo lontano da quello più comune,scommette questa volta sull’ottantenne Renato Pozzetto, regalandogli il suo primo ruolo drammatico, affiancato da un ottimo cast di attori che comprende Fabrizio Gifuni, Stefania Sandrelli, Isabella Ragonese, Lino Musella, Chiara Caselli, Alessandro Haber, Serena Grandi, Gioele Dix. «So bene quanto gli uomini siano impreparati a fare i conti con l’assenza, con il silenzio dopo una vita insieme – dice Avati – e dopo 55 anni di matrimonio ho il terrore che mi possa accadere qualcosa del genere. Per questo ho fatto totalmente mia la storia di Sgarbi non limitandomi a illustrare il contenuto del romanzo, ma privilegiando il confronto tra due generazioni. E ho fatto in modo che Pozzetto e Gifuni si conoscessero solo il primo giorno di set insieme, per poter catturare tutte le reali e reciproche diffidenze.

Lei mi parla ancora è un film sul matrimonio,che diventa sempre più importante quanto piùlo si vive, mentre oggi molte unioni si bruciano

in pochi anni». Il cuore del film sta dunque in quel “per sempre”, oggetto della promessa tra i due giovani, perché l’amore e la memoria di esso sono in grado di regalare l’immortalità. «Oggi nessuno dice più “per sempre”, perché tutto ha una scadenza, mentre io vengo da un mondo in cui lo si diceva impunemen-te, lo si prometteva, ci si credeva davvero. Nel film cito il Pavese dei Dialoghi con Leucò che dice: “L’uomo mortale non ha che questo di immortale: il ricordo che porta e il ricordo che lascia”. Fa parte della mia cultura contadina tenere in vita le persone che ci sono state vicine attraverso la preghiera. In campagna l’ultimo giorno dell’anno nelle stalle si recitava il rosario dei morti e le persone che non ci sono più sono ogni giorno nelle mie preghiere».

Non era sicuro Renato Pozzetto di essere in grado di affrontare un personaggio così, ma quando alla lettura delle prime pagine della sceneggiatura si è commosso fino alle lacrime e quando Avati lo ha raggiunto nella sua casa di Milano parlandogli della storia del film davanti a un piatto di spaghetti, l’attore non ha più avuto dubbi e si è abbandonato al regista che passo dopo passo lo ha accompagnato in un percorso capace di rievocare anche l’esperienza personale di Pozzetto, rimasto vedovo una decina di anni fa. «Renato ha messo a disposizione del personaggio il suo dolore – ha detto il regista – facendo quello che non aveva mai fatto prima e scoprendo nella sua cassetta degli attrezzi strumenti mai usati».

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