È interessante notare che il messaggio Cei per la 47ª Giornata nazionale per la Vita ci invita a considerare la speranza come un elemento fondamentale per affrontare le difficoltà, dunque anche nel fine vita. La malattia è un momento di sofferenza e fatica, ma può diventare un’occasione per riscoprire il valore della vita e la forza della speranza. Durante la malattia il significato delle parole cambia profondamente. In questi momenti impariamo a misurare le parole, evitando retoriche vuote che spesso infastidiscono chi soffre. Anche se chi parla desidera sinceramente aiutare, le parole possono allontanare chi è nel bisogno. Se affermazioni aride e stordenti provengono da una persona credente c’è il rischio di allontanare l’ammalato da una visione evangelica. Non sono le teorie ma le relazioni umane a offrire un vero sostegno nei momenti difficili. L’esperienza degli amici di Giobbe ci ricorda l’importanza di una vicinanza empatica, capace di esprimere e testimoniare la parola buona del Vangelo. Gesù ha testimoniato speranza mediante la relazione con Lui, non solo attraverso il contenuto teologico, pur necessario e importante. È fondamentale trasmettere il contenuto teologico all’interno della relazione con le persone bisognose. Se il contenuto della fede non aiuta chi è nel bisogno è necessario ripensare il modo di comunicarlo.
L’incontro disarmato con l’altro ci aiuta a riconoscere la necessità di riconsiderare i contenuti della fede trasmessi dalla tradizione. Le persone si allontanano dalla fede e dalla religione cristiana perché non sentono vicina quella parola buona pronunciata da Gesù. Come è possibile accettare che la parola buona allontani i nostri fratelli, credenti o non credenti? Forse è comodo o più semplice pensare che siano sempre gli altri a non avere fede e a non capire il messaggio che trasmettiamo.
Le parole del cardinale Veuillot, pronunciate in punto di morte, ci ricordano quanto sia difficile parlare di malattia senza cadere nella retorica: «Sappiamo pronunciare belle frasi sulla ma-lattia. Io stesso ne ho parlato con calore. Dite ai preti di non dirne niente: noi ignoriamo quello che è. Ne ho pianto». Per sostenere realmente una persona malata è necessario accettare di non avere risposte certe ma essere disposti ad ascoltare autenticamente. È necessario innanzitutto chiedersi cosa sperano le persone ammalate. Che contenuto dare a questo termine? Dai dati che emergono anche dalla letteratura scientifica sono le “buone relazioni” che aiutano e sostengono la speranza. Le buone relazioni quotidiane sono il fondamento della speranza.
Nella prospettiva cristiana, la speranza supera la morte, fondata sulla certezza di una parola di vita finale. Questa affermazione può essere solo creduta o intuita attraverso quanto accade nella nostra quotidiana esistenza. Come spesso sentiamo ripetere, «dietro ogni segno vi è sufficiente luce per credere, sufficiente ombra per non credere; è garantito lo spazio per la libertà». Il medesimo gesto, la medesima relazione può essere letta e interpretata in modi differenti che non necessariamente coincidono ma che, se vissuti in modo intelligente, aiutano a proseguire il dialogo e quindi la relazione. L’ascolto autentico aiuta a riconoscere i grandi spazi di bene presenti nel nostro mondo e posti dalle persone; da parte di chiunque, comunque si dichiari. Ed è proprio vero che lo Spirito Santo arriva sempre prima di noi; il nostro compito e responsabilità è intuire e mostrare i molteplici segni di bene presenti nel mondo. E così si inizia o si riprende il cammino, senza sapere dove ci porterà. Tuttavia, la speranza è che proprio la relazione aiuterà e sosterrà i passi di ciascuno. In un contesto di malattia la speranza risulta in definitiva un atto di fede che ci connette con qualcosa di più grande.
La malattia non è solo un’esperienza individuale ma coinvolge anche la comunità. La solidarietà e il supporto delle persone care possono fare la differenza nel percorso di cura che può giungere alla guarigione. La Chiesa, nel contesto del Giubileo, ci invita a vivere la speranza come un impegno collettivo, dove ogni membro della comunità è chiamato a sostenere chi è nel bisogno. È fondamentale, tuttavia, avvicinarsi all’altro con umiltà e consapevolezza delle proprie fragilità, riconoscendo le difficoltà della vita e quindi le proprie.
È impressionante notare come quando Gesù è sulla croce dialoga con una sola persona: quella che la tradizione ci consegna come il buon ladrone. Questi, suo malgrado, vive la stessa condizione di Gesù e si prepara a subire il medesimo supplizio. Gesù dialoga con una persona che sta vivendo la sua stessa esperienza. L’altro ladro reagisce in modo diverso, chiudendosi a Dio stesso. Medesima esperienza, risultati differenti: forse è una delle ragioni per cui non si può pretendere che nelle situazioni negative tutti reagiscano e si comportino allo stesso modo. C’è la certezza che, in ogni caso, i passi di ciascuno sono comunque custoditi dal Signore.
Anche nei momenti di malattia la vita rimane un dono prezioso. La malattia può diventare un’opportunità per riscoprire la bellezza della vita e l’importanza di ogni singolo momento. Cercando di vivere sempre la propria vita, entrando in dialogo tra le diverse discipline. Da qui è inevitabile il richiamo all’importanza delle cure palliative, vissute secondo le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità che invita ad attuare questo sguardo complessivo verso la persona ammalata «sin dal momento della diagnosi» e non solo nelle fasi terminali.
L’appartenenza religiosa può giocare un ruolo cruciale nel mantenere viva la speranza durante la malattia. Credere in un Dio amante della vita, che desidera il bene per ogni creatura, può offrire una prospettiva di conforto e forza. Tuttavia, questa consapevolezza espone a domande e interrogativi che sorgono dal letto delle persone ammalate, mentre si confrontano con i grandi temi della vita.
È necessario porre segni capaci di far credere che la morte non pronuncia l’ultima parola nella nostra vita. La cura pastorale della Chiesa si muove in questa direzione: annunciare una speranza capace di attraversare la morte e, allo stesso tempo, offrire agli uomini dei segni, come i Sacramenti, attraverso i quali articolare e vivere la speranza. Accettando che l’esito non sia sempre necessariamente quanto da noi desiderato.
Cappellano clinico Istituto nazionale dei Tumori di Milano
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