E’ possibile fuggire dalla logica della guerra?

di Tommaso Greco da Avvenire Gutenberg del 23 gennaio 26

Se il male torna costantemente e si manifesta nelle sue forme più brutali, occorre credere sia fermamente possibile contrastarlo con principi ad esso contrari

È possibile fuggire da qualcosa che tutti reputano ineluttabile? La guerra, ci dicono, è tornata in Europa, sta allargando sempre più il suo raggio d’azione, ha come orizzonte il mondo.

Questa è la realtà. E allora vediamola, questa “realtà”. Analizziamola in ciò che ha di reale per davvero. E vediamo se la fuga dalla guerra, piuttosto che essere una fuga dalla realtà, non sia invece un ritorno alla realtà, quella realtà che è fatta di vita e non di morte. Per pensare e praticare la fuga dalla guerra occorre fare l’analisi di tutti gli argomenti che stanno dentro la narrazione bellica, cercando di saggiarne la corrispondenza a quella realtà a cui costantemente essa ci richiama. Cominciamo quindi dal principio, dall’origine di tutte le cose.

«L’uomo è fatto per la guerra», ci dice la narrazione. Una vecchia storia, che affonda le radici nella letteratura, nella religione, nel pensiero filosofico più risalente. Come non ricordare il vecchio frammento secondo cui Pòlemos è padre di tutte le cose?

Appoggiandosi a una (parzialissima) tradizione antropologica molti ci dicono che da sempre gli esseri umani conoscono la guerra, e che è stata questa il fattore principale dello sviluppo sociale; che è (stata) questa, persino, la ragione ultima della cooperazione. Gli uomini non collaborano tra di loro, se non per fare del male a qualcun altro. Sembra dunque che non ci sia altro che il sangue e la guerra, nella natura e nella storia degli esseri umani, e che tutto possa essere ridotto alla figura di Caino che uccide Abele. Homo homini lupus, secondo un altro detto che ripetiamo troppo spesso. Ma è davvero così? Abele non è altrettanto reale di Caino? La parte buona di Medardo mi riferisco ovviamente al Visconte dimezzato di Italo Calvino – non è altrettanto reale della parte cattiva? E quell’uomo che è lupo all’altro uomo, non è molto spesso frutto di una costruzione sociale? Non dobbiamo fare l’errore di concedere ai cosiddetti realisti questo punto essenziale.

Sempre proveranno a screditare la realtà di coloro che nel mondo agiscono impiegando il principio della cooperazione, della solidarietà, della fraternità e dell’amore. Diranno che coloro che si mostrano buoni sono in realtà più cattivi di coloro che si mostrano cattivi; e troveranno il modo di ammirare e supportare questi ultimi, dicendo che almeno essi hanno il coraggio di palesarsi per quello che sono. Così, a furia di screditare le buone intenzioni, si finisce per adorare le cattive, riconoscendo i “migliori” in coloro che meglio di tutti fanno valere il ruolo della ferocia e della forza. Non lo abbiamo visto di continuo, negli ultimi tempi? Non lo vediamo in atto proprio in questi giorni? È un trucco che va smascherato: per la sua parzialità ancor prima che per la sua tendenza a perpetuare quella violenza che esso pone come principio delle cose. Per fuggire dalla guerra, occorre innanzitutto riscoprire, riconoscere e valorizzare la parte buona del Visconte dimezzato. Come ha detto Edith Bruck in un dialogo con Andrea Riccardi, non c’è alcun essere umano nel quale non ci sia un tallone d’Achille di umanità. E se il male torna sempre e si manifesta nelle sue forme brutali, occorre credere fermamente che sia possibile contrastarlo mettendo insieme coloro che al male vogliono opporsi, non reiterando il male, ma mettendo all’opera un principio ad esso contrario. Ciò significa che non è affatto vero che le relazioni – tra gli stati, così come quelle tra le persone debbano essere guidate dal principio della sfiducia. Anche qui, abbiamo a che fare con un malinteso. Da sempre sappiamo che la sfiducia alimenta la sfiducia. E tuttavia, se giriamo dentro il cerchio della sfiducia, è solo perché alimentiamo in noi stessi una narrazione che siamo i primi a smentire coi fatti. Diciamo che “fidarsi è bene, e non fidarsi è meglio”, ma le nostre giornate sono piene di atti di fiducia di cui nemmeno ci accorgiamo, tanto li diamo per scontati nel mentre li pratichiamo. Per cui, finiamo per credere ad una realtà fatta di sfiducia che siamo i primi a contraddire con i nostri comportamenti basati sulla fiducia. Qual è, allora, la realtà? Quella che diciamo, quando ripetiamo stancamente delle frasi fatte – le stesse su cui campano i nostri politici oppure quella che pratichiamo, quando di continuo mettiamo in atto la fiducia? Non diverso è il ragionamento nei rapporti tra gli stati.

Ci viene ricordato che il mondo è pieno di guerre; ma si dimentica sempre di notare che la maggior parte degli stati non è in guerra e ha spesso rapporti di collaborazione su molti piani. Dunque, la condizione prevalente è quella della pace, non della guerra. E ancora, la condizione nella quale ci troviamo, ci dicono, se non è quella della guerra è quanto meno quella di uno «stato di pericolo di guerra». E così finiamo per alimentare quel pericolo, rendendolo concreto. Invece di cercare le vie che possano favorire un dialogo e aiutino a rompere il circolo della sfiducia; invece di rafforzare gli strumenti che possano aiutare a rispondere alle sfide della prepotenza alimentando la fiducia di cui essi hanno bisogno per operare – penso a tutte le istituzioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite – le si delegittima, giocando appunto, di nuovo, ad alimentare la sfiducia. È a partire da queste convinzioni che si giustifica, si difende e si persegue la politica del riarmo. Se sentiamo ripetere il nefasto detto si vis pacem para bellum, e se ascoltiamo costantemente che solo la deterrenza può garantire un futuro di pace, è perché crediamo solo nella realtà della sfiducia. Ed è per questo che ragioniamo solo per linee diritte che portano alla contrapposizione, ora con l’uno ora con l’altro degli attori internazionali. Non siamo in grado di tentare un ragionamento che superi lo scontro, di qualunque natura esso sia.

Ma è proprio di questo che abbiamo bisogno: di abbandonare la logica del sospetto e della diffidenza, che si rovescia peraltro in guerra preventiva, e di rafforzare tutte le soluzioni e gli spazi nei quali è possibile agire fiduciariamente e non sfiduciariamente. Si apre qui lo spazio enorme e promettente del diritto. A patto di comprendere che esso non è qualcosa che agisce indipendentemente da noi, e a cui possiamo addebitare delle colpe se “non funziona”; ma è una realtà che ha bisogno di noi per essere difeso e applicato. Anzi, esso funziona solo se siamo consapevoli (e responsabilmente conseguenti) del ruolo enorme al quale siamo chiamati.

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